Sei in >> Capistranesi >> La seconda guerra mondiale nei miei ricordi
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Capistrano (VV), martedì 20 ottobre 2026 ~ Ore : 10:57:38 • New York: 20/10/2026 04:57:38 • Tokyo: 20/10/2026 17:57:38 • Sydney: 20/10/2026 19:57:38
Settimana dell'anno n° 43 - Trimestre 4 [ottobre] || ♎ Bilancia ♥ ;-) • Giorni trascorsi da InizioAnno: 293 - Giorni mancanti a FineAnno: 72: Precisamente 0 anni, 2 mesi, 10 settimane, 72 giorni, 1741 ore, 104462 minuti, 6267741 secondi!
Capistrano, il sole 🌞 sorge alle ore 07:08 e tramonta 🌄 alle ore 18:12 - Santa Maria Bertilla Boscardin; Sant'Adelina di Mortain
Da sempre ancorato alle radici (il mio piccolo, grazioso borgo di Capistrano, in Calabria estremo sud), straordinariamente ricco di cultura, patria di gente che non ha ritardato ad imparare il valore dell'accoglienza e dell'ospitalità, pur combattendo con la povertà (come riportato dal nome di alcune località) povera, amara e di "brigantaggio", immortalato dalla letteratura teatrale, cinematografica, di livello mondiale, (Il brigante Musolino e Il lupo della Sila, due famosi film con Amedeo Nazzari e Silvana Mangano). Io vorrei però sfatare questo mito del brigantaggio, non per giustificare i fuorilegge ma perché convinto che le regole di quella realtà miravano a difendere e aiutare i poveri e i deboli dai soprusi dei ricchi e dai potenti.
Anche la Calabria fu teatro di guerra, vista e vissuta da me con gli occhi innocenti della mia infanzia e prima adolescenza,
(tra sette e dieci anni). Il mio desiderio è quello di raccontare quei tristi ricordi, anche perché, dopo ottantasei anni di
pace e progresso (in questi ultimi), l'argomento è ritornato di attualità. Le guerre producono devastazioni, morte, drastiche
conseguenze che si ripercuotono su tutti gli apparati di civile convivenza, delle nazioni belligeranti e non.
Eravamo ancora agli inizi della guerra e al mio paese incalzava già una povertà assoluta, sofferta, però, solo dai poveri,
ceto maggioritario. Dopo il razionamento dei generi alimentari di prima necessità, dopo l'Istituzione della famosa tessera
annonaria, imperò il contrabbando, privilegiando i ricchi, di numero ridotto ma che, però, avevano i soldi per comprare, mentre
i poveri, non potendolo fare, pativano la fame. Finite le riserve del raccolto dell'anno precedente, nelle numerose famiglie, a
vocazione agricola, nei primi mesi dell'anno, in pieno inverno, si era costretti a recarsi a raccogliere erbe selvatiche nei prati
dei terreni di altri Comuni, più a valle (meno montani) dove crescevano più rigogliose perché più produttivi e meno brucati dalle
mandrie. Abitavo a pochi passi da una delle due fontane del paese e durante il crepuscolo ammiravo tante madri di famiglia che
attendevano il turno per lavare, nell'abbeveratoio degli animali le verdure da cucinare appena tornate a casa e condite con il
buon olio, posseduto a sufficienza in ogni famiglia, come primo e unico piatto della giornata, consumato anche senza pane, del
costo di solo impegno e fatica.
Sembrerebbe una banalità senza significato, parlare di un pennino sgangherato ma è qualcosa suggellata indelebilmente nei miei
ricordi avvenuta in un contesto affettivo, filiale, materno; il figlio che chiede non un giocattolo né cioccolatini o caramelle
che nemmeno conosceva e la madre, costernata dal dolore per non aver potuto soddisfare la richiesta.
Tutto è incominciato quando, durante un dettato, a scuola, intingendo il pennino nel calamaio, mi sono accorto che non prendeva l'inchiostro.
In quella stanza, per dire poco, desolata, priva di luce, di aria, servizi igienici, stretti, gomito a gomito, su quei vetusti banchi, non era
difficile che succedesse, la maestra accortasi del mio disagio mi mandò a casa dove ho trovato, sull'uscio, pronta per andare al vicino,
nostro, orto, per chiedere i soldi e comprare un pennino nuovo e che, ritenendomi il più volenteroso della classe, avrebbe atteso il mio
ritorno per continuare il dettato.
Mia madre, colta di sorpresa, non aveva, momentaneamente i soldi occorrenti per poter comprare il pennino mentre io ero molto
rattristato perché volevo tornare in classe per fare il mio dovere con la maestra. Quella mattina non potei ritornare a scuola
perché sprovvisto del pennino. L'immagine di quella giornata, rimasta nella mia mente è che io, bambino, piangendo, tiravo la
veste di mia madre perché, a tutti i costi, desideravo il bramato pennino.
Solo l'indomani mia madre ha potuto comprare il nuovo pennino.
A fronte degli episodi di estrema povertà, emergevano gli scandalosi sprechi che il regime: sfarzosi preparativi con palchi
lussuosamente addobbati per accogliere le frequenti visite del Federale provinciale con il suo seguito. Quattro grandi stanze
nell'unico signorile storico palazzo, allocate per sede della GIL (Gioventù Italiana del Littorio istituita nel 1937), arredate
con drappi vellutati, bandiere di valore, moschetti con baionette, fucili, necessari per esercitazioni, inquadramento e indottrinamento.
Fu un pomeriggio della settimana che seguì l'entrata in guerra, contro la Francia e la Gran Bretagna, (10 giugno 1940), che ho
visto sfilare in corteo delle strette vie del mio paese, un consistente numero di giovani, inneggiando con canzoni del regime e
slogan: "vogliamo la guerra, viva il Duce". L'insensata manifestazione era dovuta certo all'euforia del momento, imbevuti, anche,
dalla dottrina del regime nonché dall'eloquenza, non del tutto veritiera, del discorso del dittatore per dichiarare guerra dal
balcone di Palazzo Venezia, a Roma. Tanti di quei giovani, li ho visti partire ma, purtroppo, non ritornare e i loro nomi sono
riportati sulla lapide monumentale. Alcuni, (quelli deportati in Russia) senza data certa di morte, dichiarati dispersi perché i
familiari non hanno dichiarato la presunta morte.
La valle dell'Angitola prende il nome dalle sorgenti omonime, sgorganti dalle falde del monte Coppari "1000 metri s.l.m." dalla
cui cima fronteggia il golfo di Sant'Eufemia, sul Tirreno e quello di Squillace, sullo Ionio.
Il fiume Angitola, man mano che scende a valle, durante il percorso, prima collinare e poi pianeggiante, riceve i numerosi
affluenti, sfidando la siccità estiva e permettendo agli agricoltori di ampliare le loro colture, non solo agricole ma anche
zootecniche, faunistiche, volatili e selvatiche, apportando benefici agli abitanti.
Dopo lo sbarco delle truppe anglo-americane (9 luglio 1943), solo tre paesini (San Nicola da Crissa, Capistrano e Monterosso Calabro),
facenti parte del pool, che popolavano l'intera valle, erano provvisti di strade auto-percorribili, (entrata bivio statale 110,
(Monterosso Calabro-Capistrano-San Nicola da Crissa) e statale, bivio Angitola, Monasterace Marina. Queste strade furono
invase dalle truppe, ancora alleate, tedesche; gli altri paesini, privi di auto-percorribilità, rimanevano isolate.
Per più settimane si vedevano arrivare auto-colonne di automezzi blindati e cingolati che trasportavano armi che servivano per
preparare il fronte di difesa per fermare l'eventuale avanzata nemica. Furono istituiti cinque accampamenti: tre, sui ponti della
strada provinciale (Monterosso, Capistrano, San Nicola), uno, sulla statale 110, nel territorio di Capistrano e San Nicola, il
quinto, il più consistente, nel territorio Maierato-Francavilla, a quattro- cinque chilometri dalla foce. Il quarto accampamento,
dove era facile reperire parte del materiale (pietrisco e sabbia), fu utilizzato per costruire le postazioni di difesa ed era
posizionato tra la strada e il fiume, ancora visibile, in alcuni punti. La statale 110 fu costruita, per volere del Re delle due
Sicilie, Ferdinando II di Borbone, nel 1837, per il trasporto, via mare, dell'acciaio, prodotto nel suo stabilimento.
Dallo scorcio comprendente l'intera area estesa sull'infinito orizzonte, (terra-cielo e mare) tra il bivio stradale e la
foce del fiume Angitola, non fu difficile, dal mio paese, vedere, ad occhio nudo, arrivare i bombardieri americani, scaricare
le micidiali bombe che miravano, verso i due ponti, ferroviario e stradale e poi ritornavano alla base di decollo (Malta),
lasciandoci, non poco silenziosi e spaventati nel guardare il fumo nero delle bombe esplose che si diradava, salendo verso
l'alto mentre nelle orecchie sembrava non cessare, l'assordante rombo dei motori.
Era sabato del 7 agosto 1943, verso le ore dodici, circa, vigilia della festa patronale annuale della Madonna della
Montagna. Quell'anno, però, peri divieti imposti, a causa della guerra, fu ridotta alle sole manifestazioni religiose
e solo in Chiesa, con abolizione di quelle civili (bande musicali, fuochi d'artificio, eccetera). Ricordo che facevo
il chierichetto e che le mogli e madri di soldati capistranesi, in combattimento, mi portavano in Chiesa, le loro foto
per metterle sotto l'azzurro Manto della Madonna e per fare una preghiera affinché ritornassero sani e salvi.
Dopo la svolta: caduta del governo e arresto di Mussolini, per ordine del Re Vittorio Emanuele III e nomina del governo
provvisorio, 25 luglio 1943, fu firmato l'armistizio incondizionato, alle truppe anglo americane, dal generale Pietro
Badoglio, il 3 settembre 1943 (reso noto l'8 settembre).
La sera stessa, i soldati tedeschi fecero saltare in aria i tre ponti minati, abbandonarono i cinque accampamenti allontanandosi con i loro automezzi e armi pesanti verso il nord.
Sembrava fosse finita la preoccupazione per eventuali rappresaglie ma sopravvennero avvenimenti drastici: morti e mutilazioni nei paesi,
sui margini delle strade, sulle rive del fiume, negli ex accampamenti e più accentuati al quinto accampamento, a causa dei residuati bellici.
Era diventato un mercato un mercato dell'usato. Si andava a comprare indumenti usati, alimenti conservati, anche se scaduti, pezzi di tende e altro.
I fortunati portavano a casa qualcosa di utile per sopperire all'immane stato di bisogno, altri trovavano la morte o rimanevano mutilati,
come è successo ad un mio coetaneo: era andato con suo padre e altri compaesani a cavallo del loro asino, per trovare qualcosa di utile
per la famiglia ma trovò la morte il padre invece, si era allontanato e rimase illeso. Fu l'asino, con le sue zampe ferrate, a provocare
lo scoppio di un micidiale ordigno.
È mia convinzione che le truppe tedesche, quando arrivarono in Calabria, per preparare la controffensiva a quelle americane,
presagivano ciò che poi accadde. Si volevano, forse, vendicare per il tradimento, e volevano distruggere e devastare le bellezze
naturali, trovate. Infatti, i bombardamenti dei due ponti, non furono fronteggiati con le armi anti-aereo anche se erano in loro
dotazione, né si videro, mai, nostri soldati, quali alleati, collaborare con loro.
Dovremmo esprimere gratitudine, agli operatori di pace e di benessere per la realizzazione della diga, nella valle dell'Angitola,
a coronamento delle bellezze naturali: la diga curata dal WWF, il viadotto del doppio binario, quello dell'autostrada e della
statale 18, i due ponti (vecchia ferrovia ed ex ponte stradale, non percorribile).
Per quello ferroviario devo aggiungere un grazie agli operatori turistici perché serve, facendo da portale, al percorso della "Costa degli
dei" o "Costa bella", gettonata da grande afflusso turistico, per tutto l'anno, dove primeggia, la città di Tropea, da me conosciuta,
vissuta e apprezzata a sedici anni, per motivi di studio, che a buon titolo detiene il primato di "Perla del
Tirreno", al quale io aggiungerei, "Perla del mondo".
Esposito Salvatore
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Esposito Salvatore
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