Sei in >> Capistranesi >> Barbara Esposito >> Vorrei ... ma non posso. Testo di Barbara Esposito

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Capistrano (VV), giovedì 2 febbraio 2023 ~ Ore : 17:55:56 • New York: 02/02/2023 11:55:56 • Tokyo: 03/02/2023 01:55:56 • Sydney: 03/02/2023 03:55:56

Settimana dell'anno n° 5 - Trimestre 1° [febbraio] Acquario ♥ ;-) • Giorni trascorsi da InizioAnno: 33 - Giorni mancanti a FineAnno: 332

Il sole sorge alle ore 07:22 e tramonta alle ore 17:26 - Presentazione del Signore (Candelora)
In una stanza silenziosa c'erano quattro candele accese. La prima si lamentava: «Io sono la pace. Ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La seconda disse: «Io sono la fede. Ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La terza candela confessò: «Io sono l'amore. Ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere». All'improvviso nella stanza comparve un bambino che, piangendo, disse: «Ho paura del buio». Allora la quarta candela disse: «Non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la speranza». Il nome popolare di "Candelora", assegnato alla festa odierna della Presentazione del Signore, è legato alla benedizione e alla processione con le candele e fiorisce dalle parole del vecchio Simeone che così definisce Cristo: «Luce per illuminare le genti». Attorno al simbolo del cero acceso si sviluppa anche la parabola ebraica sopra sintetizzata: essa mette in scena simbolicamente la pace, che nella Bibbia è il grande dono messianico, e le tre virtù teologali. Anche in questo racconto al centro c'è un bambino, come il neonato Gesù del testo evangelico (Luca 2, 22-40): è lui a far sfavillare nuovamente le candele spente. Sì, perché sulla storia il sudario delle tenebre si allarga spegnendo le luci della pace, dono sempre sospirato, della fede che allarga gli orizzonti e dell'amore che riscalda la vita. Rimane l'ultimo filo di luce, quello della candela della speranza. Ad essa si rivolge il bambino per riportare in vita la pace, la fede e l'amore. Anche le nostre riflessioni quotidiane sono spesso segnate dallo sconforto e dal realismo che ci induce giustamente a non ignorare il male del mondo. Ma l'ultima parola dovrebbe essere sempre quella della speranza, «il rischio da correre, anzi, il rischio dei rischi» che riesce a far sbocciare la luce.

 

Pubblico in data 05 febbraio 2013 uno scritto inviatomi dalla scrittrice Esposito Barbara con il quale ha partecipato, nell'estate 2012, ad un concorso indetto da Il Messaggero in collaborazione con Samsung. Il testo/racconto viene pubblicato, ovviamente, a concorso scaduto. Il racconto di Barbara Esposito e di tutti i partecipanti li puoi trovare sul sito donnechefannotesto.it alla sezione "Biblioteca Racconti".

 

Vorrei ... ma non posso

Talvolta riesco a immaginare un mondo "senza"... e un mondo "senza" mi renderebbe diversa da quella che in realtà sono. Potrei iniziare a fare un elenco dettagliato di tutto ciò che non mi piace, ma poi il rischio è di sentirmi una petulante in cerca di risposte. Allora mi pongo come obiettivo il concetto scarnificato del "trattenersi" che, in fondo, non è altro che il senso del "vivi e lascia vivere". Purtroppo la visione panoramica delle vicende storiche riesce ad essere di stimolo ad un mio impegno fattivo di parole o di attualizzazioni. In sintesi posso dire che non riesco a stare zitta e tante volte mi caccio anche nei guai, pagando di persona. Rimando, così, a data da destinarsi, i miei buoni propositi e ferma e consapevole mi tuffo nel mare dei miei concetti, sostenendo che la retta volontà è cosa buona rispetto allo schiavismo della crassa ignavia. Mi capita, allora, di fuggire davanti a volti assenti, quasi astratti, minati da un'indifferenza inaccessibile. Capto nei loro spazi grigi una neutralità che mi fa paura e allora giro lo sguardo da tutt'altra parte ansiosa di trovare letizia. E, nel contempo, quando la sensazione di emettere giudizi, comincia, come un'ombra, ad aleggiare intorno a me, vorrei poter essere diversa e ricacciarmi nei fattacci miei. Paradossale sarebbe ficcarsi un cappello in testa che arrivi, al bisogno, a coprire la parte ottica, tutelandosi da comportamenti cagionanti senso di nausea. Ma i cappelli non mi stanno bene e gli occhiali sono un ulteriore impedimento al mio scopo. Così, direi, con la mente libera e, non a caso, il capo scoperto, vado avanti a cozzare, nei contesti diversi, con le mie "buone ragioni". Una buona ragione per cui avrei voluto davvero essere un'altra persona, l'ho avvertita l'altro giorno facendo una capatina al mare. Il mare di Calabria che nell'immaginario collettivo dovrebbe riflettere l'azzurro del cielo, mi si è mostrato innanzi come una fogna maleodorante nelle cui acque galleggiavano, ingannevoli e tristi, elementi più disparati, dalle piume di gallina a cerotti che avevano coperto chissà quali ferite o lividure. Io ero ferita, invece, nell'anima e nel corpo, al pensare che basterebbe poco, veramente poco, per costruire un mondo più bello. Ho chiuso gli occhi cercando di ascoltare il rumore dell'acqua che s'infrangeva sulla battigia, immaginando di respirare il favoloso odore di salsedine, ormai diventato solo vago ricordo, al suo posto un'incontestabile puzza di fogna. I miei occhi si sono riempiti di lacrime per la rabbia e il dolore, ho soltanto avuto la forza di alzarli verso il cielo per chiedere perdono a Dio per la cattiveria di noi uomini!

 

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Barbara Esposito

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