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Capistrano (VV), giovedì 2 febbraio 2023 ~ Ore : 18:15:59 • New York: 02/02/2023 12:15:59 • Tokyo: 03/02/2023 02:15:59 • Sydney: 03/02/2023 04:15:59

Settimana dell'anno n° 5 - Trimestre 1° [febbraio] Acquario ♥ ;-) • Giorni trascorsi da InizioAnno: 33 - Giorni mancanti a FineAnno: 332

Il sole sorge alle ore 07:22 e tramonta alle ore 17:26 - Presentazione del Signore (Candelora)
In una stanza silenziosa c'erano quattro candele accese. La prima si lamentava: «Io sono la pace. Ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La seconda disse: «Io sono la fede. Ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La terza candela confessò: «Io sono l'amore. Ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere». All'improvviso nella stanza comparve un bambino che, piangendo, disse: «Ho paura del buio». Allora la quarta candela disse: «Non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la speranza». Il nome popolare di "Candelora", assegnato alla festa odierna della Presentazione del Signore, è legato alla benedizione e alla processione con le candele e fiorisce dalle parole del vecchio Simeone che così definisce Cristo: «Luce per illuminare le genti». Attorno al simbolo del cero acceso si sviluppa anche la parabola ebraica sopra sintetizzata: essa mette in scena simbolicamente la pace, che nella Bibbia è il grande dono messianico, e le tre virtù teologali. Anche in questo racconto al centro c'è un bambino, come il neonato Gesù del testo evangelico (Luca 2, 22-40): è lui a far sfavillare nuovamente le candele spente. Sì, perché sulla storia il sudario delle tenebre si allarga spegnendo le luci della pace, dono sempre sospirato, della fede che allarga gli orizzonti e dell'amore che riscalda la vita. Rimane l'ultimo filo di luce, quello della candela della speranza. Ad essa si rivolge il bambino per riportare in vita la pace, la fede e l'amore. Anche le nostre riflessioni quotidiane sono spesso segnate dallo sconforto e dal realismo che ci induce giustamente a non ignorare il male del mondo. Ma l'ultima parola dovrebbe essere sempre quella della speranza, «il rischio da correre, anzi, il rischio dei rischi» che riesce a far sbocciare la luce.

 

 

Jacques Renoir a Capistrano

Barbara Esposito e Jacques Renoir con la gentile moglie

Barbara e Jacques Renoir

La stella, la più bella, che ho immaginato brillasse, nel mio libro: "È passato Renoir da Capistrano?", per la "Mademoiselle" innamorata del pittore, in questi giorni illumina, ancor più vicina, il piccolo borgo. Allora pensieri immensi rendono tutto più bello, delicato, toccante. Pare che danzino gli animali nelle selve e brillino liete le colline e gli spaziosi campi. Parla il cuore per un valore aggiunto alla travolgente piena del tempo ... Renoir ... un nome che diventa preda di sogni. La parola si contrappone, ancora una volta, al silenzio e lascia sensazioni nitide, intense, dolcissime; essa riemerge dall'archivio della memoria nel desiderio di comunicare, d'inspirare qualcosa. Lo stupore infantile risveglia la sensibilità poetica generando emozione, entusiasmo e ... sorrisi ... per i sogni che s'avverano. La realtà è: Jacques Renoir a Capistrano. Allora il sogno diventa amore, amore per tutto ciò che riteniamo importante. Amore è la certezza che la stagione del tempo non finisce mai, essa continua a percorrere sentieri stupefacenti.
Per tutto questo incontrerò Jacques Renoir. Cercherò sul suo volto i tratti peculiari del nonno. Ascolterò la sua voce musicale, armoniosa, che ci parlerà delle venuta del grande pittore a Capistrano. Dirà che il nonno si è trovato bene nel piccolo paese parimenti a lui che ha trovato nella gente capistranese, accoglienza, generosità, calore. Gli regalerò il mio libro, con dedica, perché legga alle pagine 47,48,49,50, la "preziosa lettera" del caro nonno alla "Mademoiselle" capistranese. Faremo una foto insieme alla sua dolcissima moglie che parlerà Italiano e tradurrà le poche parole che io, emozionatissima, riuscirò a formulare. Poi li saluterò e andrò via felice, leggera, convinta che, sì, il sogno s'avvera se ci si lascia trasportare dal cuore. Quando la luce del mattino chiara, soave, inonderà la stanza di Jacques Renoir, lui inizierà a leggere questa lettera del nonno, per me, per tutti coloro che hanno creduto in questo bellissimo sogno: "Vorrei tuffarmi nella tua vita. Sai, non ti ho tolto dalla memoria neanche per un istante. Ho amato, lavorato, ho viaggiato per posti lontani facendomi compagnia con la tua dolce presenza. Come vorrei specchiarmi nei tuoi occhi e annegare dentro i miei rimpianti, le mie debolezze. Sai, ho un figlio che comincia a diventare adulto. Sto poco con lui, lavoro in continuazione, sento che ha bisogno della mia presenza. E tu? Mi hai dimenticato? Faccio lunghe passeggiate nei boschi e ogni tanto mi guardo intorno perché mi pare di sentire la tua voce che grida il mio nome. Ma è solo un momento, rimango solo e mi sento sciocco. La vita non si ferma e noi siamo andati avanti con lei. Per questo non ti scriverò mai più. Ho avuto un attimo di debolezza, perdonami! Non voglio turbarti, mi piace saperti felice nel tuo mondo; sarai senz'altro la gioia di chi ti sta accanto, e io sono omesso ma non importa, porterò il tuo ricordo con me come cosa preziosa da custodire e alla quale aggrapparsi nei momenti bui. Vorrei chiederti una piccola cosa. Metti il dipinto che ti ho regalato in un angolo della tua casa. Fagli un piccolo posto, non lo dimenticare, e ogni volta nel guardarlo pensa a me che furibondo spargo senza riposo colori e colori in cerca di quell'attimo di eternità che troverò superiore a tutto e allora forse mi riposerò e troverò la quiete. Sai, ho dipinto il mulino, somiglia tanto a quello del tuo piccolo paese. È circonfuso di bianco il colore che tanto ti piaceva. C'è ancora? E il suo verde prato? Ricordo quelle querce così alte che pareva tenessero lo stendardo verdeggiante dell'estate. Ho conosciuto donne aristocratiche, istruite ad ampio raggio, spregiudicate, moderne, anche intelligenti e indipendenti. Ho vegliato sui loro sogni, sulle loro palpebre chiuse. Ho dipinto i loro corpi perfetti ad incarnazione degli estri poetici. Ma mi ritorna preesistente e incancellabile la tua sembianza di fiore azzurro, il tuo cuore, la tua giovinezza. Hai la festosità della tua terra prodiga e generosa, di bellezza inebriante, selvaggia. Sono innamorato delle tue radici, del tuo passato e del tuo presente. Potrai sentirlo questo amore nel sibilo del vento, tra i dirupi che rincorrono un'eco. Non chiamarlo indolente questo mio scrivere. Non voglio rubarti a nessuno, non lo meriterei avendo fatto una mia scelta. Sappi che il sentimento vero, profondo che è nato conoscendoti mi è rimasto nel cuore. Posso sognare in lui per accendere gli ampi spazi del peregrinare. Vivrò anche di questo ricordo soprattutto quando mi pervaderà il brivido d'una malìa d'attesa che mai più potrà trovare risposta. E le ore che non ci apparteranno più potranno essere dolcezze di ricordi che la vita ci prodiga se lo vogliamo e lo chiediamo. La primavera è qui nel mio cuore se mi nasce dentro quel canto d'amore che ho custodito in sordina. L'aurora non mi sfugge più e la notte non si scolorisce perché vivo anche di te. Mi auguro e lo vorrei tanto che qualcun altro ti abbia detto le cose che ti sto dicendo io. Mai come in questo istante in cui ti scrivo mi pare quanto sia un'ora tenera perché sento il tuo profumo che si confonde con quello dei campi indorati dei tuoi tramonti. Nelle pause di fine settimana ho ancora l'abitudine di andarmene a sentire il frinire in concerto dei prati. Catturo lo scoppiare in giallo dei girasoli che si aprono ai raggi del sole come preludi di meriggi. Sai cosa mi manca della tua terra? Mi manca l'andatura zelante dei pastori che si accompagnavano per le valli al suono di quegli zufoli di canna che animavano il silenzio. Mi mancano i mattini con gli usci delle case sempre aperte. Mi manca quel profumo di fiori d'arancio e mandarino. Mi manca il sapore della tua Calabria, il suo buon cuore. Non tornerò più a vedere l'aurora che appare sopra il tuo borgo, ma come vorrei che tra quei vicoli dove vedevo sciamare, indaffarate, donne con lo scialle nero, qualcuno ricordasse il mio nome, perché, sai, ho voluto bene a te e al tuo paese, tanto! Non dimenticarmi ... ti parlerò nel gelo dissolto nello scorrere dei ruscelli non più paralizzati dalla morsa del ghiaccio. Ti parlerò negli odori silvestri, quando tiepido e chiaro si farà il giorno. Bramerei fondermi con te all'unisono di pensieri per avere la certezza che nel tempo che verrà, risuonerà, senza fine in te, l'eco del mio nome".

Capistrano, 21 Settembre 2017 Barbara Esposito

 

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Barbara Esposito

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