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🌞 Il sole sorge alle ore 07:22 e tramonta 🌄 alle ore 17:26 - Presentazione del Signore (Candelora)

In una stanza silenziosa c'erano quattro candele accese. La prima si lamentava: «Io sono la Pace. Ma gli uomini preferiscono la guerra: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La seconda disse: «Io sono la Fede. Ma gli uomini preferiscono le favole: non mi resta che lasciarmi spegnere». E così accadde. La terza candela confessò: «Io sono l'Amore. Ma gli uomini sono cattivi e incapaci di amare: non mi resta che lasciarmi spegnere». All'improvviso nella stanza comparve un bambino che, piangendo, disse: «Ho paura del buio». Allora la quarta candela disse: «Non piangere. Io resterò accesa e ti permetterò di riaccendere con la mia luce le altre candele: io sono la Speranza».
Il nome popolare di "Candelora", assegnato alla festa odierna della Presentazione del Signore, è legato alla benedizione e alla processione con le candele e fiorisce dalle parole del vecchio Simeone che così definisce Cristo: «Luce per illuminare le genti». Attorno al simbolo del cero acceso si sviluppa anche la parabola ebraica sopra sintetizzata: essa mette in scena simbolicamente la pace, che nella Bibbia è il grande dono messianico, e le tre virtù teologali. Anche in questo racconto al centro c'è un bambino, come il neonato Gesù del testo evangelico (Luca 2, 22-40): è lui a far sfavillare nuovamente le candele spente. Sì, perché sulla storia il sudario delle tenebre si allarga spegnendo le luci della pace, dono sempre sospirato, della fede che allarga gli orizzonti e dell'amore che riscalda la vita. Rimane l'ultimo filo di luce, quello della candela della Speranza. Ad essa si rivolge il bambino per riportare in vita la Pace, la Fede e l'Amore. Anche le nostre riflessioni quotidiane sono spesso segnate dallo sconforto e dal realismo che ci induce giustamente a non ignorare il male del mondo. Ma l'ultima parola dovrebbe essere sempre quella della Speranza, «il rischio da correre, anzi, il rischio dei rischi» che riesce a far sbocciare la Luce.

 

 

Fonte : Gazzetta del Sud
Data : 26 febbraio 2017
Autore : Antonio Pasceri

 

 

 

Ricordato con una messa a Capistrano

Ora Franco Natale riposa nella sua terra

È considerato uno dei più noti pittori calabresi

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Antonio Pasceri
CAPISTRANO
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Si deve anche a lui
l'attribuzione a Renoir
dell'affresco del "Battesimo"
Capistrano: Franco Natale

È stata celebrata, nella chiesa matrice, in occasione del trigesimo, una messa di suffragio per il defunto Franco Natale, che nato nel 1936 a Capistrano, ritornò al Padre il 20 gennaio scorso nella sua casa di Sant'Agata di Militello (Me), dove, da alcuni anni, si era trasferito al fine di fare ritornare la moglie nel suo paese di nascita e di stare vicino ai suoi cinque figli che ivi si erano, dopo la laurea, impiegati e sposati.
Franco Natale, che è stato uno dei più noti pittori calabresi, dopo aver conseguito l'abilitazione magistrale all'istituto "Capialbi" di Vibo Valentia, aveva indossato la divisa dell'Arma e con il grado di brigadiere era stato anche comandante di stazione. Dopo alcuni anni, però, preferì ritornare alla vita civile per potersi interamente dedicare alla pittura, sua vera passione.
In breve divenne uno fra i più importanti pittori calabresi conseguendo numerosi premi fra i quali quello della quinta edizione della mostra biennale di Vigevano (1978), dell'Accademia internazionale "Città di Roma" (1990), della Biennale di Venezia "Amici del Quadrato" (1993) e così via.
Franco Natale, che negli anni Ottanta ricoprì le cariche di vicesindaco e di presidente della scuola media di Capistrano, da vari critici fu definito "maestro della luce" per quelle luci e cromatismo luccicante come il sole che sapeva imprimere alle sue tele.
In Capistrano e nel mondo artistico il nome del maestro Franco Natale rimarrà, inesorabilmente, legato (assieme ad altri come lo scrittore - pittore Sharo Gambino, lo storico Saverio Di Bella, il giornalista Michele Garrì, l’accademico Xante Battaglia, ecc.) all'attribuzione, fin dagli anni Sessanta, al grande impressionista francese Pierre Auguste Renoir del "rifacimento" dell’affresco "Il Battesimo di Gesù nel fiume Giordano", 1881, che si trova nella chiesa matrice di Capistrano.
Natale era solito confidare agli amici che la sua vena artistica trovava il massimo della sua ispirazione ed espressione solo quando si trovava a Capistrano. E forse anche per questo, oltre all'amore agli affetti che lo legarono sempre al suo paese natio ed ai suoi genitori espresse il desiderio (esaudito da moglie e figli) di essere sepolto nel cimitero di Capistrano.

 

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Fonte : Gazzetta del Sud del 26/02/2017 - Autore : Antonio Pasceri

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