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Capistrano (VV), venerdì 14 dicembre 2018 ~ Ore : 13:24:56 - Settimana dell'anno n° 50 - Trimestre 4° [dicembre] Sagittario :-) ;-) - Giorni trascorsi da InizioAnno: 348 - Giorni mancanti a FineAnno: 17

Il sole sorge alle ore 07:30 e tramonta alle ore 16:39 - San Giovanni della Croce

 

Il mio viaggio

La notte fu tutta fasciata di silenzio e i sogni svanirono all'alba. Sono inchiodato qui con l'anima a pezzi. Sotto e sopra mare e cielo, ma io chiudo gli occhi, non voglio vedere: mi vendico così, negandomi a quest'aurora che non mi appartiene.
Sento ancora sulla mia pelle le calde carezze di mia madre e le sue accorate parole di conforto: «Tornerai presto, vedrai, il tempo volerà in un attimo» mi disse, ricacciando le lacrime. Ma io sto volando su un'altra dimensione, verso una terra non mia. Per farmi forza ripenso alle mie radici che sono tanto profonde quanto il vuoto che mi assale, come in un abisso. Penso alla mia casa, quasi sospesa su un prato e tinta di tenui colori, tali da cartolina, cartoline che non spedirò mai da questo nuovo mondo, mi dico, con una rabbia nuova che s'insinua dentro rodendomi l'anima. Non mi conforta, certo, la passata brillante carriera universitaria e i vari master conseguiti. Sono via, via dalle mie cose, dagli affetti; il distacco mi brucia i pensieri che si scagliano insieme come una barca in burrasca. Mi mancano i miei tempi allegri, le magnifiche avventure e le feste gagliarde. Per non prorompere in singhiozzi, senza far rumore, sospiro piano. Mi riporta alla realtà il vuoto d'aria che l'aereo scrive sulle onde blu della sua rotta e l'insistente, delicata premura dell'hostess nel porgermi cibi e bevande ripetutamente rifiutati dal mio essere bruciato di tristezza. Non voglio guardare il mare, eppure quante volte l'avevo fatto: il suo sapore s'insinuava nelle narici invadendo ogni più remoto anfratto regalandomi quiete; indugiavo a tenere l'acqua tra le mani, per poi vederla scorrere, lieve, tra le dita. Chissà se i miei sogni continueranno a vivere al confine di un mare e un cielo che segnano un orizzonte sconosciuto.
I primi giorni dormirò in un hotel. Mi ripeto sottovoce se riuscirò a non pensare ai volti amici, affezione naturale del mio animo: mi mancano, ma il mio destino è in corso e devo continuare. Dopo anni lunghi di studi faticosi, sono un emigrante. Anche se non ho la valigia di cartone mi pesa il mio bagaglio, come un macigno. Ho lasciato la mia terra con le sue zolle segnate dai sacrifici di tanti eroi che hanno combattuto perché fosse libera! Io volevo restare ma non potevo più attendere, inoperoso e stanco, ed allora eccomi qui. Paragono il mio andare all'esodo dei tanti migranti che arrivano in patrie diverse. Affondano le mani tremule nelle tasche vuote e tendono i loro petali sgualciti verso il pane, la libertà e la pace.
Sono all'aeroporto e vorrei lasciare questo posto immediatamente. Mi sento alla deriva, il rumore mi è insopportabile. Intanto devo sbrigarmi. Faccio cenno ad un taxi di fermarsi e do l'indirizzo dell'hotel. Inutilmente cerco di pensare che dove avrei alloggiato ci sarebbero state persone pronte a prendersi cura di me, poiché rimango ancora cosparso di dolci memorie e quindi scelgo il conforto delle malinconie. Dalla mia camera do un'occhiata al cielo: è striato di nuvole, penso alla pioggia ormai prossima e, naturalmente, la mia mente vola sugli spazi aperti dei miei pomeriggi assolati, quando il frinire di cicale mi allargava l'anima in sorrisi. Riassetto ancora le mie forze per scendere nella hall e chiedere al direttore informazioni sul villaggio a pochi chilometri dalla capitale, sede dell'azienda del mio futuro lavoro e delle mie incognite. I primi tempi sono duri. Io, un cuore nascosto tra tanti cuori che sento lontani, diversi. Rispondo ai colleghi parole brevi, essenziali. Dalla loro gentilezza formale, cerco di cogliere provvisori accordi di coesistenza, perché devo e voglio lavorare. Quando i miei occhi percorrono instancabili la linea netta dell'orizzonte, mi faccio forza con una frase di Jules Renard: «Non mi annoio da nessuna parte, perché trovo che annoiarsi sia insultare se stessi». Allora stringo i pugni e vado avanti, anche quando torno nel mio alloggio e sento nelle poche stanze quell'odore strano che sa di carburante. Le strade del villaggio mi lasciano addosso una polvere sottile ripetutamente lavata sotto una cascata d'acqua che mi scalda il viso e mi brucia gli occhi tamponandomi le lacrime. Nei momenti di pausa, mi siedo su una panchina con un libro in mano e cerco di annusare il profumo del legno, così, se chiudo gli occhi riesco a riaprirli in mezzo agli uliveti delle mie colline. Sono scatti di fotografie, immediate e istantanee, che mi cercano, come un incontrastato amore, riempiendomi di carezze e sogni. Vola il mio cuore a inseguire tracce di vita e di suoni della mia patria lontana, libera e cara. Tornerò, mi ridico, a guardare, dal mio balcone, il campanile della chiesa ergersi maestoso verso un tremolio di stelle. Su questa panchina cerco ancora una divina armonia del creato per dissetare la nostalgia che mi tormenta. Percorro, infatti, ancora in silenzio, i miei giorni; sono un osservatore non coinvolto emotivamente. La realtà che vivo è relativa ed effimera e non si modifica con alcuna capacità percettiva. Dimentico i nomi di chi incontro, gruppi misti verso cui avverto solo indifferente neutralità. Solo il ricordo e l'ardente desiderio di un ritorno mi fa battere il cuore all'impazzata, bramando, come Ulisse, uno struggente rientro in patria.
Anche qui è arrivato il Natale. Il primo, lontano dal suono di zampogne. È un'alba piovigginosa, uguale a tante altre. La neve non si vede mai. È bello il Natale con la neve: il suo biancore regala intimità. Salgo nel mio ufficio e mi siedo: sulla scrivania le solite cose necessarie. Oggi ho voglia di fare qualcosa di diverso, mi dico, puntando su qualche reminiscenza di solidarietà. È la vigilia e, per scordare i sorrisi, i pranzi, i regali, troverò un diversivo. Opto per un giro nei rioni più poveri. Compro un dolce che possa ricordarmi un panettone con tanti canditi e frutta secca. Mi addentro in cortili dove giacciono ammassate persone e cose. È un formicolio di gente affannata a rendere la vita meno penosa. Sotto tende improvvisate, impregnate di muffa, dormono bambini i cui sogni, forse, rimarranno sempre tali. Le madri, all'esterno, improvvisano piccoli mercati di roba, offerta con audacia e disperazione: tentano, così, di guadagnare il pane per un altro giorno. Mi sento ridicolo col dolce in mano, dovrei averne mille per darli ad ognuno. Mi assale una sensazione strana e, avverto, forse per la prima volta, un senso di fraternità: mi sento un po' meno straniero. Capto in quei volti tutti coloro che, in qualche modo, si affannano alla ricerca di una speranza.
Mi si avvicina un vecchio, ha i capelli bianchi, come quelli di mio padre. Il suo sguardo fiero stride con le sue mani callose e annerite: improvviso una lunga e incomprensibile conversazione; nel suo sguardo sto cercando il volto di qualche mio compaesano. Lui mi guarda tacito, eppure mi ascolta e, a volte, lo vedo addirittura sorridere. Sento di volerlo abbracciare, cerco un contatto che mi dia calore. Gli porgo il dolce stringendogli forte la mano e mentre gli dico: «Auguri», mi avvolge un alito di vento... finalmente accarezzo il "mio" cielo!

Esposito Barbara

 

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Autore: Barbara Esposito

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